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Il razzismo esaminato dal punto di vista dell'art. 2 della Dichiarazione universale dei diritti umani e dell'art. 3 della Costituzione della Repubblica


19 luglio 2010 Il razzismo in politica e la politica dei razzisti

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Intervista al Sindaco di Bitonto sul tema del razzismo. “La peculiarità che maggiormente caratterizza il razzismo passivo è di essere obbligato, inevitabile; che le cose stiano così non è colpa di nessuno, o almeno di nessuno che sia in vista, nessuno con cui si abbia a che fare.” Queste le parole amare del filosofo contemporaneo Flavio Baroncelli, che disegna una realtà dolorosa. Ma è possibile che il razzismo sia solo una imposizione dall’alto, quasi uno strumento di controllo delle masse popolari? Che sia solo alimentato dal susseguirsi di eventi storici e non da vero odio razziale? Rispondere a questi interrogativi significa analizzare accuratamente il problema e capire quanto eliminabile sia. “Razzismo è paura per il diverso, la preoccupazione dell’estraneo: nella società in cui viviamo i partiti hanno perso il loro valore associativo e le ideologie sono state annientate, la conseguenza primaria è proprio questo fenomeno, sintomo delle vacuità a cui si dedica la maggior parte dei giovani.” – afferma il sindaco del mio Comune di Bitonto, dottor Raffaele Valla, già Prefetto di Foggia come Presidente della Commissione Rifugiati politici e Questore di Taranto. Continua il sindaco a riflettere sugli interrogativi che gli pongo, ma questa volta con un' analisi meno negativa sugli italiani, descritti, appunto, come “un popolo di generosi e accoglienti.” Il razzismo non è un fenomeno che sentiamo nostro perché non potremmo mai dimenticare quei lunghi decenni da immigranti. La parentesi fascista non fa altro che confermare l’ipotesi di Baroncelli: il nostro popolo è civile e moderno quanto quello statunitense, quello francese e quello tedesco, modelli di integrazione molto alta. Di diverso avviso, invece, è l’Osservatore Romano, che recentemente aveva duramente attaccato il nostro popolo, affermando che “davvero a nulla è servito l'esempio americano: l'Obama-mania che imperversa trasversalmente, dalla politica all'arte, dallo stile al linguaggio, non ha fatto breccia alcuna nel dimostrare il valore dell'incontro tra razze diverse”. Il sindaco prosegue illustrando la realtà del nostro Comune: “Il nostro Comune si è sempre impegnato per un efficiente inserimento sociale delle quasi mille unità extracomunitarie presenti sul territorio, partecipando al progetto Equal Integ.r.a., base per lo sportello BITONTO INTEGRA, che svolge azioni di sensibilizzazione e sperimentazione di percorsi per l’integrazione sociale e professionale dei richiedenti asilo e dei rifugiati.” Ancora positive le parole del primo cittadino di Bitonto sulla diversità tra il nord ed il sud del nostro Paese, una realtà che spesso emerge in forma di visibile intolleranza: “Non esiste razzismo settentrionale, ma purtroppo la questione meridionale non è più così importante per i politici.” Condividendo il pensiero di Giorgio Bocca si chiede per quali orgogli, per quale maledizione della storia, per quale fatalità geografica gli italiani del nord e del sud non riescono a fare di questo Paese un paese unito. Alla fine del colloquio, è inevitabile il mio riferimento alla rinascita dei gruppi giovanili razzisti in Europa, un fenomeno che viene spiegato dal Sindaco secondo un'analisi sociologica: “I neonazisti non hanno una formazione parentale corretta e trovano risposte nell’estremismo. L’estremismo politico molte volte coincide con l’estremismo religioso e nasce come reazione a dei vuoti. L’articolo 147 del codice civile tende a colmare queste mancanze. L’arrivismo politico di questi gruppi è da condannare.”

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“Una scure piantata nel mare di ghiaccio che è dentro di noi” La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, con tutti i suoi limiti, è il maggiore testo internazionale, nel quale quei diritti vengono protetti e considerati un nuovo codice dell'umanità. Difatti per la prima volta in una nuova grammatica di convivenza internazionale si è dato spazio alle libertà degli individui , considerati come tali e non in quanto pertinenza dello Stato; così come per la prima volta è stata sostenuta la tutela dei popoli, promuovendone il diritto di autodeterminarsi. La Dichiarazione è il risultato di una condivisione raggiunta attraverso una serie di scontri tra le diverse posizioni ideologiche in campo, è cioè "il punto di incontro e di raccordo di concezioni diverse dell'uomo e della società", così come si espresse, di fronte agli altri delegati nell'Assemblea Generale dell'ONU, uno dei padri della Dichiarazione, il francese René Cassin, prima che il testo venisse approvato. Innanzitutto c'erano da un lato i paesi occidentali e dall'altro quelli socialisti , a costituire insieme un pezzo della storia che va sotto il nome di ‘guerra fredda’. In particolare una strategia socialista tendeva a riconoscere i diritti umani solo in un quadro democratico, per evitare che tali acquisizioni potessero essere utilizzate per far rinascere il fascismo. In realtà la Dichiarazione riflette la cultura ideologica e la mentalità giuridica delle democrazie liberali dell'occidente, ma l'inserimento dell'importante principio di uguaglianza fu opera dei socialisti. I contenuti fondamentali di tale principio sono il divieto di discriminazioni basate su razza, sesso, colore, lingua, religione, opinioni politiche, origini nazionali, proprietà, nascita o altro status. La nostra Europa, dunque, così come adesso la conosciamo, ha posto le proprie radici su quel documento fortemente voluto dalle Nazioni Unite, appunto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che per lunghi decenni è stato punto di riferimento di buona politica internazionale, in sede europea. A sessant’anni di distanza, però, sembra che tale effetto stia lentamente scomparendo. Per esempio riguardo all'articolo 2 della Dichiarazione, assistiamo ogni giorno a fenomeni di razzismo persino in politica, un mondo ormai contraddistinto dalla disinvoltura con cui pur importanti membri di governi si lasciano andare a frasi poco felici. Intanto le maggiori preoccupazioni provengono dal fronte ricostituito neonazista che sembra ottenere sempre più consensi in alcune aree europee, toccando pericolosamente la percentuale di 1,6 nella modernissima Germania (con punte del 31% nella remota Pomerania). Nel mio paese, Bitonto, in provincia di Bari, la realtà non appare in controtendenza: numerose scritte nazifasciste "ingentiliscono" i muri perimetrali di grandi strade, palazzi o ferrovie. Queste non possono essere spiegate solo con una lecita "voglia di destra" che renderebbe assetate le coscienze politiche di molti, ma sono il chiaro sintomo di una più vasta paura, paura del diverso, una paura utilizzata per privare magari i cittadini di diritti sacrosanti. Insomma razzismo oggi significa classismo, etnocentrismo, omofobia, sessismo e xenofobia, e tante altre espressioni si possono aggiungere, tutte accomunate, però, dall'odio verso il diverso, in una cultura del sospetto. Sembra, invece, che il razzismo non sia più un'emergenza sociale, almeno non è tra le priorità, nel programma di governo del paese. Allora è necessaria un'analisi approfondita del fenomeno di devianza, prima ancora di mobilitare l’opinione pubblica e renderlo visibile all'attenzione del potere politico, nella speranza di rimuoverne le radici dal tessuto sociale. Un narratore praghese nel 1903 scrisse ad un amico che si ha bisogno di libri che siano “come una scure piantata nel mare di ghiaccio che è dentro di noi”. C’è bisogno di rompere il silenzio che è dentro di noi, cittadini italiani del sud.

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